Il mio percorso alimentare: dalla prima infanzia ai disturbi alimentari

Non sono sempre stata vegetariana, lo sono diventata qualche anno fa dopo aver già modificato le mie abitudini alimentari nel corso del tempo.
Qualche giorno fa via instagram ho condiviso con voi delle foto della dispensa dei miei genitori nella loro casa in campagna e da questo è nato un bellissimo confronto riguardo i nostri stili alimentari, quello che siamo abituati a consumare come e quando. Ho pensato allora di scrivere un post in cui vi racconto la mia storia alimentare, da quando ero bambina fino a oggi che sono una donna adulta e mamma.

Uno dei punti che ritengo essere fondamentali nell’educazione alimentare di ciascuno di noi è l’esempio pratico che fin dalla prima infanzia ci viene proposto. Io sono cresciuta in una famiglia premurosa, ho imparato a cucinare insieme al mio nonno e a mia mamma, ho imparato a raccogliere la verdura dall’orto in estate a casa dei nonni e a realizzare tante preparazioni dalla pasta fresca alle torte ma ciò che nonostante tutto è mancato è stata la condivisione della consapevolezza alimentare; con questo intendo che non è sufficiente mettere in tavola le migliori pietanze del mondo cucinate con tutto l’amore possibile, o un hamburger di Mc Donald’s senza condividere davvero il perché quel tipo di alimento sia per noi importante e funzionale, o al contrario sia uno sgarro.

Non é solo una questione di “mangiare qualcosa”, ma di utilizzare l’alimentazione come la migliore alleata che ognuno di noi possa avere al proprio fianco per stare bene fin dall’infanzia. Molto spesso i nostri figli mangiano sempre le stesse cose, questo accade perché si fa prima ad assecondare i gusti dei piccoli per essere sicuri che mangino davvero qualcosa, piuttosto che sforzarci di far assaggiare loro cose diverse; quante di noi sono cresciute sentendo dire “mangia le verdure che fanno bene”, senza ulteriori spiegazioni così scoppiavano le crisi in famiglia per cui non si mangiava nulla che avesse una vaga sfumatura verde e come verdure venivano considerate solo le patatine fritte (ancora oggi capita spesso). Nel corso degli anni ho capito che è importantissimo conoscere gli alimenti che scegliamo di consumare, capire da dove vengono e come combinarli per creare la nostra corretta alimentazione, una “dieta” non è solo sinonimo di privazione calorica funzionale ad un dimagrimento, la nostra alimentazione cambia con il passare del tempo, deve essere aggiornata in base alla nostra vita, al nostro organismo a come cambia il nostro fisico e a dove scegliamo di vivere, tutti questi aspetti sono importanti per poter avere sempre un quadro chiaro di ciò che per ognuno di noi è bene portare in tavola.

Ho scelto di suddividere questo articolo in base alle diverse fasi della mia vita, per ognuna ho cercato di raccontare brevemente quelli che sono stati i punti chiave della mia alimentazione analizzando come fosse organizzata e da chi – aspetto super fondamentale- così da darvi un quadro completo della situazione e dell’evoluzione che ho avuto nell’ arco dei miei 36 anni.

LA PRIMA INFANZIA

Di questo periodo non ho dei ricordi personali vivi e attendibili, ho solo quelli riportati da mia mamma, mia zia e mia nonna (che ora non c’è più, ma con la quale ho vissuto per gran parte della mia vita –vedi capitolo sotto- ).
Per prima infanzia intendo dalla nascita fino ai 6 anni, età di inizio della scuola elementare, o primaria come si usa dire oggi; sono stati anni molto importanti e già decisamente difficili e credo che lo scombussolamento di questi primissimi anni sia stato molto importante per delineare quelle che sarebbero state molte delle abitudini a tavola e in generale caratterizzanti la mia vita almeno fino alla post adolescenza.

Non sono stata allattata al seno a lungo, come spesso accade anche oggi pare che mia mamma “non avesse abbastanza latte“, non le faccio una colpa ma di sicuro non era così. Noi donne, tutte, siamo fisiologicamente predisposte all’allattamento e a provvedere al nutrimento dei nostri figli solo ed esclusivamente attaccandoli al seno (vi consiglio di leggere questo articolo dal sito della Leche Leaugue), ma moltissime donne sono convinte di non essere in grado di produrre la quantità di latte sufficiente a coprire le necessità del proprio bambino, per questo si ricorre all’ integrazione con il latte artificiale, sotto consiglio anche dei pediatri non aggiornati che promuovono l’aggiunta come necessaria.

Condivido qui con voi un bellissimo video del Dott Berrino:

Pare che io fossi una bambina sotto peso fino ai 3-4 anni e che non mangiassi moltissimo e le foto che ho di quel periodo avvalorano questo ricordo; poi devo essere scoppiata perchè dai sei anni in poi sono sempre stata una bambina molto “ben nutrita”.

DAI 6 AI 14 ANNI

Questa fase delicata della vita di ogni bambino per quello che mi riguarda vede come protagonisti più che mia mamma, i miei nonni materni.

Ho trascorso questo periodo della mia infanzia e pre adolescenza con i nonni: per comodità sia le elementari che le scuole medie le ho frequentate vicino a casa loro così che potessi stare da loro dopo la scuola e fino a che mia mamma di ritorno dal lavoro potesse venire a prendermi per andare a casa. Alle elementari pranzavo a scuola, avevamo una mensa interna e mangiavamo tutti insieme ma non ho ricordi di quello che veniva proposto, so solo che non era buonissimo e ogni tanto affiorano nella mia mente grandi “papponi” di cibo agglomerato che forse nella realtà dei fatti non avrebbe dovuto avere quell’aspetto.

Mi capitava molto spesso di cenare a casa dei nonni e da loro ogni sera di ogni singolo giorno della settimana prevedeva la pasta. Il cuoco di casa era il nonno che probabilmente quando cucinava aveva bisogno di convincersi che anche per quel giorno non sarebbe mancato il cibo in tavola: dico questo perchè entrambi i miei nonni avevano vissuto parte della loro infanzia durante la guerra e come conseguenza di un periodo di ristrettezze, quando hanno avuto la possibilità di fare la spesa e avere sempre un piatto caldo in tavola forse hanno calcato la mano, tanto che ho ricordi molto vivi di quando andavo al supermercato con il nonno, che riempiva il carrello come se si aspettasse un periodo di carestia imminente e tutto doveva essere “tanto e grosso”, non esisteva per lui una spesa misurata al giusto fabbisogno, no al contrario erano soliti fare scorte di tutto quello che potesse avere una durata lunga nel tempo.

I miei nonni avevano l’orto e lo coltivavano con grande attenzione, in estate erano soliti raccogliere ogni giorno l’insalata fresca da mangiare a pranzo, cornetti (fagiolini), zucchine, cetrioli, pomodori etc per insalate o altre preparazioni e fino a qui tutto ok! Peccato che esagerassero con i condimenti: mia nonna (la mia nonna del cuore) si preparava ad ogni pranzo una grande ciotola di insalata fresca appena raccolta e lavata ma poi la inondava di olio aceto e sale, tanto che quando era finita sul fondo della ciotola c’era abbastanza condimento da usare per altre tre volte. Mio nonno quando preparava i cornetti o gli spinaci dopo averli fatti cuocere li ripassava in padella con burro e parmigiano, e quando preparava le patate bollite le affettava ancora calde, le adagiava su un piatto e le irrorava di olio così che facessero un meraviglioso effetto spugna. Ovviamente a me piacevano moltissimo le verdure preparate con tutto quel condimento, ma non erano per nulla ideali né per la dieta di due persone ormai over 60, né per quella di una bambina di 8-10 anni.

Le mie merende dai nonni erano variegate: thè e biscotti ( un numero non meglio controllato che poteva arrivare anche a 15)  rigorosamente del Mulino Bianco – eravamo nel pieno degli anni ’80-’90 quando nelle confezioni c’erano le sorpresine divertenti collezionabili – andavano per la maggiore i Pani di Stelle, i Rigoli e gli Abbracci: olio di palma come se fosse stata acqua fresca. Il biologico in casa loro sarebbe stato considerato cibo da frikketoni eretici e strambi. In alternativa ogni tanto, soprattutto quando dovevo andare in piscina (parentesi durata poco) potevo avere per merenda una michetta con il prosciutto o con la Nutella, mica male no?

La macedonia di frutta fresca che trionfava in estate era preparata con cura al mattino, con un sacco di frutta mista e una sorprendente quantità di zucchero che avrebbe permesso di creare quel meraviglioso sciroppo tutto da bere: gliecemia portami via.

Dico spesso che io ho imparato a cucinare da mio nonno, e questo è verissimo perchè con lui e la nonna preparavo gli gnocchi a mano, la pasta fresca, le lasagne e un sacco di altre cose, però all’epoca non mi rendevo conto che anche loro si stavano avvelenando un giorno dopo l’altro, introducendo nella loro e nella mia alimentazione una dose eccessiva di carboidrati, proteine animali e grassi deleteria e inutile.

Io ero decisamente una bambina sovrappeso, forse al limite dell’obesità infantile, ammetto di non riconoscermi nella bambina che vedo nelle foto e quelle stesse foto le guardo pochissimo perché non mi pare vero che per come sono oggi io sia stata davvero così a dieci anni. Forse dal punto di vista dei miei nonni farmi mangiare tutto quello che volevo, attenzione che con ciò non intendo che io fossi libera di aprire gli armadietti a qualsiasi ora del giorno e della notte ma solo che le quantità che mi venivano proposte erano anche il doppio di quelle per me necessarie ad ogni pasto, era un segno di affetto da parte loro che al mio opposto da piccoli non avevano avuto tutta quell’abbondanza sempre a disposizione.

I tre anni delle scuole medie sono stati deliranti: pranzavo dai nonni dopo la scuola e spesso mi fermavo da loro anche a cena e credo che in quel periodo io abbia messo su la maggior parte del peso che mi sono portata addosso anche nei successivi anni di Liceo.

Mia nonna in inverno preparava un risotto allo zafferano e funghi che era buonissimo e ne faceva in grande abbondanza così che il giorno dopo con quello in avanzo mi potesse fare le crocchette di riso. Risotto cotto e mantecato nel burro, crocchette del giorno dopo con uova e ripassate nel burro… insomma leggerino leggerino come pranzo vero? Frutta fresca a merenda? non ne ho ricordo, ma merendine confezionate come le Fiesta o le crostatine quelle me le ricordo eccome, tanto che adesso sono in una delle corsie del supermercato che non ho l’abitudine di frequentare.

Ho solo un vago ricordo di una visita che avevo fatto da un allergologo in seguito ad un paio di episodi di allergia che mi era scoppiata; in teoria la mia alimentazione sarebbe dovuta cambiare drasticamente eliminando tutta una serie di cibi che ero solita consumare ma credo che quel periodo di “dieta” sia durato meno del necessario perché forse tutti avevano paura che io non “mangiassi nulla”, e invece se io fossi stata seguita in modo più attento e partecipe la mia alimentazione sarebbe stata decisamente migliore, ma anche in questo caso come troppo spesso accade non si considera l’alimentazione come una prevenzione e avere una quantitativo di cibo inferiore nel piatto rispetto al solito è considerato solo un regime invece che un prezioso alleato per poter stare bene.

 L’ADOLESCENZA: il mio sovrappeso e la prima dieta seria

La mia adolescenza coincide con gli anni del Liceo Classico, i primi due anni quelli che si identificano con il ginnasio sono stati il medioevo della mia esistenza. Gli scombussolamenti causati dal cambio di vita sono stati davvero importanti: sono passata dallo stare con i miei nonni a casa loro ogni giorno, al fatto di iniziare a convivere molte ore da sola a casa mia. Avevo compagni di classe che provenivano da tutta Milano e dall’hinterland come me e ritrovarci a casa di uno o dell’altro al pomeriggio non era così semplice soprattutto tenendo conto delle distanze e del fatto che fossimo troppo piccoli per poter guidare.

Arrivavo a casa da scuola affamata ed ero sola così dovevo scaldare quello che c’era di pronto o scongelare e scaldare quello che magari mia mamma aveva preparato nel fine settimana e porzionato. Non avevo un piano alimentare per la settimana, era molto creativo e ripetitivo.

Spesso mangiavo lasagne, un trancio di pizza o della carne. Non ho ricordi di grandi verdure o piatti unici a base di cereali come sono solita preparare adesso.

A scuola durante la ricreazione mi portavo una merendina, o a volte andavo al bar interno e prendevo qualcosa lì; mi portavo dei succhi (ovviamente quelli nel bricchetto, nulla a che vedere con i miei adorati estratti che tanto vi propino sui social e io bevo quotidianamente), mi capitava anche di avere voglia di un gelato e compravo il Winner Taco al baretto della scuola, al solo pensiero di mangiare ancora uno oggi ho già la glicemia a duemilioni e la nausea dal troppo dolce.

Sono arrivata al Ginnasio che ero già in sovrappeso, e il fatto di essere da sola ogni singolo giorno a pranzo a casa e di avere un lungo pomeriggio davanti a me non ha mai contribuito a farmi diminuire di peso, anzi negli anni sono arrivata a pesare fino a 68-69 kg per 1,53m di altezza. Il che vuol dire che si faceva prima a scavalcarmi che a girarmi intorno. Ero una ragazzina molto timida e riservata, non sono mai stata una di quelle che si buttava nella mischia per fare amicizia, anzi stavo sempre sulle mie. Il mio peso era per me un limite, mi sentivo goffa e impacciata, ma ero ormai entrata in un loop mentale secondo il quale mangiare mi faceva stare un po’ meglio e io non sapevo cosa mi facesse bene e cosa no e quindi semplicemente mangiavo.

Non praticavo attività sportiva, io non ho mai espresso la voglia di fare uno sport in particolare e sono stata lasciata in questa fase di “non decisione”; tutte le mie compagne di classe erano appassionate di pallavolo, giocavano dopo la scuola e pretendevano di giocare a pallavolo anche durante le due ore di educazione fisica della settimana tanto da monopolizzare la palestra senza dare la possibilità di fare altro, io mi sentivo sempre di troppo odiavo quello sport e in quel periodo odiavo loro che mi costringevano a giocare perchè altrimenti mancava gente per la squadra; a me piaceva giocare a calcetto, o a hockey o a basket ma erano sport da “ragazzi”. Avevo iniziato ad andare a nuotare un paio di pomeriggi alla settimana subito dopo la scuola, per cui invece che tornare a casa e pranzare, finite le sei ore di scuola andavo a casa prendevo la borsa del nuoto e andavo in piscina con una mia amica, tornavo a casa verso le 4.30-45 e a quel punto facevo una specie di pranzo-merenda-cena a base di trancio di pizza e coca cola: vanificare il beneficio del nuoto in 3-2-1.

Dov’erano gli adulti che avrebbero dovuto almeno in parte controllare la mia alimentazione? Riflettendoci oggi non lo so, e questa è la cosa che più mi spiace in assoluto: essere stata lasciata in balia di una alimentazione sbagliata. Era tutto “troppo”: troppo condito, troppo pane, troppi carboidrati, troppa coca cola, troppa carne, troppi biscotti. Troppo, sempre.

Ho iniziato anche a prendere la pillola per delle cisti ovariche che la ginecologa aveva trovato, avevo un ciclo che ogni mese mi faceva stare malissimo, avevo una pelle orrenda costellata da brufoletti e punti neri. Ho preso la pillola fino a che le cisti sono scomparse, ma il ciclo è sempre stato un dramma, la mia pelle sempre terribile, i mie capelli erano sempre pesanti e in tutto questo nessuno ha mai nemmeno lontanamente pensato che l’alimentazione potesse avere un ruolo importante e che se fosse stata cambiata io forse sarei stata meglio. Ero decisamente intossicata di cibo, ma io non me ne rendevo conto. Nessuno mi aveva mai parlato di cosa volesse dire corretta alimentazione, di cose fosse una piramide alimentare e quali cibi fossero i migliori da portare in tavola quotidianamente.

Certo aiutavo mia mamma a cucinare, ma fino a che si preparavano arrosti, lasagne, pizza e cose del genere la situazione non cambiava; le verdure non mancavano mai sulla nostra tavola, io ho sempre visto consumare tantissime verdure da tutta la mia famiglia ma non capivo il potenziale di una dieta prevalentemente vegetariana perché nessuno nella mia famiglia l’aveva mai presa in considerazione. In un certo senso negli anni dell’adolescenza sono stata “lasciata al mio destino” per quanto riguarda i pasti, mi rendo conto adesso di questo aspetto e so che da un certo punto di vista non posso colpevolizzare in modo eccessivo la mia famiglia, ma non comprendo come sia stato possibile lasciare che una ragazzina adolescente accumulasse peso su peso senza fare assolutamente nulla per capire quale fosse il problema alla base di questo sovrappeso e come riuscire a trovare una soluzione funzionale che non fosse solo ed esclusivamente una dieta.

Poi verso i 17-18 anni qualcosa è scattato: sono stata in cura da una omeopata a Milano molto molto brava che ha saputo comunicare con me nel modo giusto, ho intrapreso con lei un percorso che ha iniziato anche a farmi perdere del peso e io ho iniziato a sentirmi meglio, ho ritrovato una autostima che non pensavo di avere e quando mi guardavo allo specchio vedevo una ragazza, e non uno hobbit dalle felpe informi e pantaloni di una taglia in più che servivano a mascherare un corpo che non volevo vedere.

E’ stato un percorso lungo, ma quando ho iniziato a vedere su di me i primi risultati non ho più avuto vergogna di osare e indossare un paio di jeans della taglia giusta che mi facessero sentire a posto con me stessa.

La mia alimentazione ha iniziato a cambiare in quel momento, ho preso coscienza di quello che mi faceva bene e delle quantità corrette di cibo per ogni pasto, che non voleva più dire mangiare fino ad avere quella sensazione fastidiosa del troppo pieno. La mia omeopata era già all’epoca una strenue promotrice del cibo biologico e demeter.

L’anno del mio esame di maturità è stato in assoluto il più bello e più stimolante di tutto il percorso del Liceo! Mi sentivo come rinata, mi sentivo meglio nel mio corpo, mi sentivo meglio a scuola. L’incubo del ginnasio era finalmente lontano e grazie al cambio di classe e insegnanti nel passaggio da ginnasio a liceo avevo trovato una nuova serenità che mi permetteva di andare a scuola senza la spada di Damocle in testa ogni singolo giorno. Ricordo che dopo l’esame io e due mie compagne di classe siamo andate un paio di settimane a casa di una di loro in Calabria, un mare cristallino e stupendo come quello della Sardegna a nostra completa disposizione, io che finalmente sfoggiavo un costume a due pezzi fiera di potermi sentire a mio agio in quel fisico.

I MIEI DISTURBI ALIMENTARI

Il risvolto della medaglia dopo l’inizio del mio percorso detox dall’eccesso di cibo è arrivato progressivamente, anche in questo caso io non me ne sono accorta subito: sono semplicemente scivolata in una dieta sempre più drastica tanto da arrivare a perdere 20-25 kg (dai 69 sono arrivata ai 45) all’inizio gradualmente e con grande gioia per i risultati ottenuti, poi in modo netto e cercato. Non mi bastava più vedere scendere l’ago della bilancia, ogni singolo etto perso mi pareva un traguardo ed ero “affamata di magrezza”, mi volevo vedere sempre più magra.

il mio percorso alimentare

(foto da qui)

Il mio fisico è sempre stato robusto, io non ho una costituzione esile e minuta, nonostante fossi sotto i 50 kg avevo sempre dei polpacci muscolosi e le braccia sode, solo quando ho sfiorato i 44 kg mi sono spaventata da sola e ho capito che forse era il caso, nuovamente di rimboccarsi le maniche e uscire da quel circolo vizioso.

In quegli anni di anoressia o pseudo tale, mangiavo pochissimo e ovviamente ero isterica e sempre molto nervosa, avevo perso il sorriso perché ogni istante della mia giornata doveva essere funzionale a vedere un numero più basso sulla bilancia di quello precedente, poco importa quale fosse. Mi davo degli obiettivi quotidiani: 50 kg erano troppi, meglio arrivare a 48 kg, e a quel punto perché non 47 o 45? 47.6 kg? mamma mia che fiasco, 47.5 kg? Dai che puoi scendere a 47,4 kg. Tutto così, ogni singolo giorno.

In inverno avevo sempre freddo, mi mettevo su anche due maglioni uno sull’altro ed avevo sempre le mani come pezzi di ghiaccio, i piedi poi erano gelidi. Mangiavo insalata scondita giusto quando dovevo per forza stare a tavola, altrimenti saltavo la cena e mi facevo mangiare dai morsi di fame. A colazione una tisana o un caffè molto lungo americano e un frutto, stop. Tagliavo le fette di pane di segale a metà e di questa metà ne mangiavo solo un pezzo; spesso mi capitava di avere lezione all’università a cavallo dell’ora di pranzo e quale occasione migliore per non dover pranzare visto che ero chiusa in aula; oppure mi portavo una mela e arrivavo con quella fino a sera.

Era un supplizio dover pranzare o cenare fuori o in compagnia, era un vero lavoro per non dover ordinare troppo e di quello che ordinavo cercavo di mangiare il meno possibile. Ho passato 8 anni senza toccare una fetta di pizza. Scherziamo vero? Una pizza? Aveva l’equivalente calorico che io avrei consumato in due mesi.

Ovviamente non avevo più il ciclo. Ho passato 3 anni in completa assenza di ciclo e quando poi mi è tornato, ci ha messo altri due anni prima di regolarizzarsi.

All’epoca avevo un fidanzato conosciuto all’università che è stato con me proprio negli anni di delirio da magrezza, ma non ricordo nemmeno se lui fosse consapevole che io fossi anoressica o meno; l’anoressia è davvero subdola, spesso si insidia nella testa delle persone che la fanno entrare nella propria routine e passa tutto inosservato; ricordo che la sua mamma è stata per me un appoggio importante, lei era capo reparto nell’ospedale in cui lavorava e sapeva benissimo come stessi, è stata forse davvero l’unica con cui abbia parlato apertamente di questo malessere, tanto che quando ci siamo lasciati ero molto più triste perché non avrei più avuto contatti con lei che con lui.

Come sono uscita dall’anoressia? Un giorno dopo essere uscita dalla doccia mi sono guardata allo specchio dopo un sacco di tempo con consapevolezza e mi sono spaventata per quello che stavo vedendo: una testa enorme appoggiata su un collo piccolo e due spalle che sembrava si dovessero rompere da un momento all’altro. Ho capito in quell’istante che mi stavo facendo del male.

Questo periodo coincide in parte con un altro davvero molto molto difficile che ho vissuto: mio nonno stava molto male ed era ricoverato in terapia intensiva, mio nonno per me è sempre stato super importante e io ero distrutta da quello che stava succedendo; andavamo in ospedale due volte al giorno tutti i giorni senza sapere se lo avremmo potuto vedere; poco prima che lui mancasse il mio fidanzato (quello di cui sopra) mi ha lasciata e io ho avuto un attimo di smarrimento in cui sono arrivati anche degli episodi di attacchi di panico, che sono riuscita a far passare.

Quei mesi sono stati davvero molto difficili e io non sapevo più quale direzione prendere, lo studio era l’unica costante nelle mie giornate e mi aiutava a mantenere la testa concentrata sui libri di letteratura.

Nei pochi, ma sufficienti anni, di anoressia ovviamente avevo eliminato tutto: carne, pesce, formaggi, grassi, zucchero. Le volte in cui mangiavo un sacco erano verdure crude e cotte e frutta. Stop.

Ho ripreso lentamente ad avere un rapporto più sereno con il cibo dopo che ho conosciuto un altro ragazzo per il quale mi ero innamorata oltre misura. A lui avevo raccontato del mio periodo difficile dal quale stavo uscendo con le mie gambe e da sola, e mi è stato vicino nel mio rappacificamento con il cibo. Abbiamo avuto una storia con molti tira e molla, ma forse è solo grazie a lui se ho ripreso davvero a mangiare. Non perché lui fosse un appassionato di cibo o un grande intenditore, ma il fatto che mi facesse stare bene e mi rendesse spesso molto felice mi ha reso più semplice non odiare quello che avevo nel piatto.

Io non so come nella mia famiglia si vivesse davvero il mio stato di malessere, non se ne parlava; so che “avevo un brutto carattere” perché questo mi veniva spesso fatto notare, ma in ogni caso era solo affar mio il fatto di avere un brutto carattere, era il mio carattere e quindi era scontato che fosse colpa mia se fosse così brutto. Io so solo che ho ripreso in mano alcuni dei diari che ero solita scrivere in quel periodo e ho pianto rileggendoli perché ho visto la Gaia ventenne che li scriveva, ricordo che ero alla mia scrivania e scattava nella mia testa la voglia e il bisogno di prendere i miei taccuini Moleskine e perdermi nei miei pensieri e scrivere pagine e pagine di pensieri che mi affollavano e mi rendevano confusa. Mi sentivo molto sola in quel periodo, certo avevo un fidanzato ma avrei voluto vederlo più spesso; abitavamo a 25 km di distanza e non sempre riuscivamo a stare insieme in settimana, frequentavamo due corsi di studi diversi, lui aveva sempre un sacco di impegni e io lavoravo per la redazione di un giornale della mia città, nel fine settimana quando potevamo stare insieme lui aveva la protezione civile e io alla fine mi sentivo sola, perchè stavo da lui in attesa che finisse la sua riunione o esercitazione e questa solitudine mi stava facendo chiudere sempre di più, così quando avevo solo voglia di mandare tutti a quel paese scrivevo i miei taccuini.

Quei momenti di solitudine erano sempre mascherati da una vita sociale tranquilla ma attiva, le amiche non mi mancavano e uscivo spesso con loro o con il mio ragazzo di allora, ma la mia introversione aveva ripreso il sopravvento: sentivo che potevo crogiolarmi nei miei pensieri o uscirne e sbocciare. Ad un certo punto ho scelto la seconda strada e mi sono finalmente scrollata di dosso una parte di me ombrosa che mi faceva stare male.

Ho aperto il mio primo blog nel lontanissimo 2005 e da subito ho scelto di condividere con il resto del mondo virtuale le mie ricette, cucinare mi permetteva di sfogarmi e mi appassionava sempre di più tanto che ero diventata una semi azionista della Scuola della Cucina Italiana, una delle prime scuole di cucina di Milano, in cui ho frequentato tantissimi corsi e ho imparato davvero moltissimo frequentando corsi di ogni genere, da quello di cucina tradizionale in cui ho imparato le basi della nostra cucina a quello di dolci austrungarici o quello dedicato esclusivamente al pesce crudo.

Tutti questi corsi mi sono stati utili a uscire dal guscio e a studiare un percorso alimentare nuovo, da quel momento mi si è aperta una meravigliosa strada rivolta a studiare da autodidatta ma con il supporto di figure professionali che cosa volesse dire “corretta alimentazione”: la stagionalità dei prodotti, come creare le combinazioni alimentari in maniera sensata, quali alimenti prediligere e quando, senza ovviamente avere mai la pretesa di insegnare a nessuno visto che non avevo fondamenti professionali nei miei trascorsi ma solo la voglia di non fermarmi e imparare sempre aspetti nuovi in questo settore.

Condivido qui un altro video di Berrino, sempre illuminante:

Mancano ancora due momenti nel mio percorso alimentare che ho scelto di inserire in un secondo articolo: “L’età adulta” e “In gravidanza e post parto” perché meritano di essere affrontati e raccontati a parte rispetto a questa prima fase della mia vita caratterizzata da molti aspetti lunghi e difficili.

Spero che il post non vi abbia annoiato e mi piacerebbe confrontarmi con voi su quello che ho scritto, magari come me tante di voi hanno avuto un percorso alimentare complesso e sfaccettato e ora che sono mamme o lo stanno per diventare hanno compreso davvero quanto sia importante trasmettere non solo a parole ma con un esempio pratico l’amore per il cibo e un rapporto sano e consapevole con esso.

Enjoy the green side of life!



1 thought on “Il mio percorso alimentare: dalla prima infanzia ai disturbi alimentari”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *